SITO n.14 “I PALEOSUOLI DEI BOSCHI DI CARREGA”

(S. Perego, P. Vescovi)

 

 

Accessibilità

 

Al sito si può accedere attraverso la strada che si stacca dalla SS62, in direzione est, dopo Collecchio, 200 m circa dopo Ponte Scodogna (FIGURA 1), seguendo poi le indicazioni per il Parco “Boschi di Carrega” (www.parks.it/parco.boschi.carrega/par.html). un’altra via di accesso è da Sala Baganza, seguendo dal centro abitato le indicazioni per il Parco. La viabilità all’interno del Parco è regolamentata con la chiusura al traffico di alcune strade che possono quindi essere percorse solo a piedi o in bicicletta.

 

 

Descrizione del sito

 

L’area denominata “Boschi di Carrega” è costituita da una serie di colline boscate poste tra la Val Taro e la Val Baganza (FIGURA 2). L’area, di notevole valenza naturalistica, si configura come un terrazzo alto che, su una distanza di 5 km, degrada da sud verso nord da quota 315 m (M. Castione) a quota 130 m (Chiesa parrocchiale di Collecchio); la pendenza media del terrazzo è circa del 3,5% (Gelati, 2004).

L’area, che si presenta come una successione di dorsali parallele tra loro, presenta affioramenti costituiti da depositi pleistocenici continentali.

Questi depositi, testimonianza delle grandi variazioni climatiche quaternarie che hanno caratterizzato quest’area, affiorano bene nell’incisione del T. Scodogna, a valle di Talignano, dove sono stati descritti nel dettaglio da Di Dio et alii, 1997 e da Gelati, 2004. Quest’ultimo autore, in particolare, propone un lavoro che, nonostante il carattere divulgativo, illustra in modo molto dettagliato la stratigrafia di questi depositi quaternari che viene di seguito riportata. Dal basso si riconoscono argille grigie e sabbie giallastre di ambiente marino litorale sulle quali si sono depositati i primi conglomerati di origine fluviale. Questi conglomerati, ben esposti lungo la strada Talignano-Sala Baganza, affiorano in una bancata massiccia con ciottoli a diametro generalmente di 10 cm, talora con blocchi di 30 cm, prevalentemente calcareo-marnosi (in subordine arenacei, con qualche elemento ofiolitico nerastro); dove i ciottoli hanno forma più appiattita si può riconoscere una struttura embricata che indica un trasporto da corrente fluviale proveniente da SE (FIGURA  3).

Osservando la successione stratigrafica del T. Scodogna, i conglomerati risultano alternati a sabbie giallastre, generalmente di spessore metrico, con intercalati sottili livelli argilloso-limosi e piccole lenticelle di ghiaie. I depositi conglomeratici testimoniano una deposizione da corrente fluviale, mentre quelli più fini argilloso-limosi indicano una deposizione in zone di ristagno o in zone dove l’energia del flusso di corrente risultava poco intensa. Recenti lavori di cartografia (Di Dio et alii, 1997; 2005) riconoscono in questa successione continentale due gruppi di depositi caratterizzati da una storia differente. Il primo gruppo (Sintema Emiliano Inferiore) è costituito dai depositi di riempimento di una valle fluviale profondamente incisa che, colmandosi, diviene una pianura alluvionale. Il secondo gruppo (Sintema Emiliano Superiore) si può configurare come un deposito di conoide alluvionale. L’inizio del Sintema Emiliano Inferiore potrebbe essere collocato a circa 800.000 anni B.P. e l’inizio del Sintema Emiliano Superiore tra 400.000 e 450.000 anni B.P. (Di Dio et alii, 2005).

La successione quaternaria continentale sulle spianate del terrazzo dei Boschi di Carrega è ricoperta da sedimenti argilloso-limosi intensamente arrossati per la concentrazione di ossidi di ferro (FIGURA 4). Questo orizzonte di alterazione si sovraimpone ai depositi conglomeratici in modo graduale: i ciottoli più bassi appaiono alterati solo superficialmente e quelli stratigraficamente più alti risultano completamente degradati dall’alterazione chimica. Il processo responsabile di questa alterazione è una pedogenesi che si sarebbe sviluppata in condizioni climatiche caldo-umide, su un’antica superficie topografica e i livelli arrossati sono quindi da considerare dei paleosuoli. Le esposizioni del principale livello di paleosuolo sono oggi limitate a sporadici piccoli affioramenti che si possono osservare ai margini delle strade. Esiste però testimonianza di uno spettacolare affioramento che venne alla luce con un taglio stradale circa 40 anni fa (FIGURA 5). In questo affioramento venne effettuato uno studio dettagliato su una sezione stratigrafica estesa oltre 4 m (Ferrari e Magaldi, 1968); dai risultati di queste analisi venne proposta una sintesi interpretativa, avvalorata qualche anno più tardi da studi effettuati lungo tutto il pedeappennino piacentino e modenese (Cremaschi, 1982;1987). La parte inferiore del paleosuolo di Collecchio (FIGURA 4), costituita da limi argillosi rossastri, ricchi in ossidi e idrossidi di ferro e manganese, deriverebbe dall’alterazione delle ghiaie sottostanti, avvenuta in clima tropicale o subtropicale umido, in un ambiente forestale; la parte superiore, costituita sempre da limi argillosi giallo-rossastri (FIGURA 6), sarebbe invece il prodotto della profonda alterazione per pedogenesi di un deposito eolico (loess). Questo deposito fine sarebbe caratteristico di un clima freddo e arido e di un ambiente simile alle attuali steppe delle alte latitudini; la sua pedogenesi invece sarebbe avvenuta in un clima umido, forse lievemente più freddo dell’attuale.

 

 

Motivo della scelta

 

Il sito descrive un’area terrazzata molto antica sulla quale si sono impostati paleosuoli indicativi di situazioni climatiche molto diverse da quelle attuali.

 

 

Riferimenti cartografici

 

CTR Tavola 199 SE “Langhirano” scala 1:25.000

        Tavola 199 NE “Parma sud ovest” scala 1:25.000