Emersione messiniana

La parte finale del Miocene è stata caratterizzata da una storia geologica del tutto particolare; in questo periodo, infatti, si è verificato un fenomeno di portata continentale che ha coinvolto tutta l’area mediterranea. Circa 6,5 milioni di anni fa, movimenti tettonici legati alla collisione Africa-Europa, sollevano la zona dello stretto di Gibilterra, interrompendo la comunicazione tra oceano Atlantico e mare Mediterraneo. Gli apporti di acqua dolce nel Mediterraneo non riescono a compensare le perdite per evaporazione e perciò, in un tempo geologicamente molto breve (poche migliaia di anni), il mare si prosciuga, trasformandosi in un’immensa depressione, dove l’acqua che evapora accumula, in varie fasi, grandi quantità di residuo chimico (soprattutto salgemma e gesso). Queste rocce di origine evaporitica sono presenti soprattutto nelle zone del Mediterraneo dove i fondali raggiungono le profondità maggiori (nel Bacino balearico-provenzale, ad esempio, gli spessori arrivano a 1300 m).

I depositi evaporitici messiniani si ritrovano oggi lungo gran parte del margine appenninico, dalla zona romagnola, dove mostrano gli spessori maggiori, fino alle colline dell’Appennino reggiano. Proseguendo verso nord-ovest, lungo il margine appenninico parmense, si constata però l’assenza di questi depositi evaporitici messiniani, che vengono, comunque, ritrovati da diversi sondaggi per idrocarburi nell’antistante pianura, a testimonianza dell’esistenza di un’importane fase tettonica successiva alle deposizioni evaporitiche. E’ in concomitanza di tale evento deformativo che le unità alloctone appenniniche subiscono un’altra importante fase di traslazione verso il bacino padano.

Gli eventi deformativi messiniani sono seguiti dalla deposizione di una successione di rocce di ambiente continentale, prodotta dello smantellamento erosivo della catena appenninica che per la prima volta si trova in condizioni emerse.