Cronologia della sequenza vegetazionale e climatica di Lagdei

 

Durante l’ultimo periodo glaciale le pendici del nostro Appennino erano prive di vegetazione arborea, impossibilitata a vivere in vicinanza della fronte glaciale. é riconosciuto che vi furono almeno tre pulsazioni glaciali, alle quali si alternarono altrettanti periodi di miglioramento climatico. La più importante fu la terza che obliterò gran parte delle forme glaciali dovute alla precedenti pulsazioni, lasciandoci le testimonianze che oggi possiamo ammirare. Documentazioni dirette della vegetazione di questo periodo più antico non sono disponibili, in quanto la conca di Lagdei, sommersa dai ghiacciai, non poteva registrare le vicissitudini ambientali. Appena liberata dalla lingua glaciale, essa però ha iniziato ad archiviare i resti della copertura vegetale e quindi i suoi sedimenti più profondi hanno registrato l’epilogo della glaciazione.

Per comodità di descrizione, il diagramma di Lagdei è suddiviso in zone polliniche (z.p.), cioè fasi a vegetazione omogenea caratterizzata dalla dominanza di uno o più elementi vegetali. Questa zonazione riflette bene le condizioni ambientali, specialmente climatiche e le loro fluttuazioni.

 

z.p. A : fase  a dominanza degli elementi steppici ed erbacei, con pino sporadico.

Alla base del profilo è registrato il primo manto vegetale del nostro Appennino al momento del definitivo ritiro glaciale dalla conca, presumibilmente avvenuto con la fase Drias II. Le pendici erano colonizzate da una associazione di piante erbacce di tipo steppico, con predominanza dell’Artemisia. Le elevatissime percentuali di Artemisia (A) non erano tanto dovute a specie di tipo alpino, quanto a specie di tipo continentale-steppico, oggi diffuse nelle steppe fredde dell’Europa orientale e dell’Asia continentale. Il clima era freddo- continentale, di tipo stadiale, ancora inadatto alle piante arboree, ma in cui potevano vegetare, in modo sparso, bassi arbusti di ginepro, di efedra (anch’essa delle steppe fredde) e forse salici e betulle nane, caratteristici oggi della tundra artica. I pini potevano vegetare solo ai piedi della catena appenninica, ma già manifestavano tutta la loro potenzialità d’immigrazione dai luoghi di rifugio glaciali, verosimilmente ubicati nella bassa pianura padana-romagnola e lungo i versanti della catena appenninica centrale.

Solo a seguito di un progressivo miglioramento climatico, soprattutto in senso termico, ma non idrico, essi hanno potuto irradiarsi sulle pendici montuose, dapprima in formazione sparsa e poi in formazione chiusa, raggiungendo anche quote elevate (B). La vegetazione steppica iniziale, anzitutto Artemisia, viene sempre più sospinta verso l’alto: nella sequenza pollinica i suoi valori percentuali sono destinati a diminuire progressivamente, pur con alterne vicende.

 

z.p. B : fase a dominanza di Pino, elementi steppici-erbacei.

Una prima reforestazione a solo pini delle pendici appenniniche nostrane è segnata verso gli 8.50 m del profilo, dove questa essenza assume valori decisamente elevati, venendo a competere quantitativamente con quelli delle piante non arboree. La sua elevata concentrazione nei sedimenti prova poi la costituzione di boschi chiusi che possono raggiungere quote ragguardevoli fino a 1000 m di quota e forse anche oltre. Nell’alto Appennino dominavano tuttavia ancora le formazioni erbacee di tipo steppico-continentale. Per la prima volta, quindi dopo l’ultima grande espansione glaciale, si costituisce sui fianchi dell’Appennino emiliano una larga fascia boreale, a pini montani (Pinus sylvestris e Pinus montana), localmente arricchita con sparse betulle, salici ed ontani di montagna e con sporadico abete rosso (Picea).  Essa  sfumava verso le alte quote in formazioni vegetali rade cespugliose, fino ad un orizzonte ancora notevolmente sviluppato di associazioni erbacee e/o a bassi cespugli di Artemisia, con ginepro, efedra. Il clima è senz’altro migliorato in senso termico: esso riflette oscillazioni climatiche di tipo interstadiale.

 

z.p. C : fase a pino dominante.

Lo scenario cambia repentinamente e la fascia boreale a pini si dilata notevolmente: raggiunge e supera la località di Lagdei, restringendo la vegetazione erbacea ai crinali più elevati. Inoltre quest’ultima s’impoverisce drasticamente degli elementi di tipo steppico, anzitutto Artemisia, Ephedra e Chenopodiacee, mentre si arrichisce  qualitativamente di altri tipi erbacei. Questo manifesto cambiamento, sia della composizione, sia dell’organizzazione altitudinale della vegetazione, rispecchia una fluttuazione climatica di tipo ancora freddo, ma meno arido, ormai non più steppico: tale periodo dovrebbe coincidere con il Dryas III.

 

z.p. D : fase a dominanza di latifoglie termofile con abete bianco.

A partire dal limite inferiore di questa zona pollinica avviene il miglioramento climatico decisivo, in senso soprattutto termico e secondariamente idrico. Da una fase a predominanza di pino e PNA si passa alla netta predominanza delle PA. Fra queste il pino subisce una brusca e rilevante flessione, che lo porterà a valori oscillanti attorno al 10% delle piante presenti. Gli eventi vegetazionali più significativi sono dovuti all’inizio della curva continua dell’Abete bianco (Abies alba) e delle latifoglie termofile, anzitutto querce, olmi, noccioli, aceri, frassini. Ad un loro timido inizio, segue in tempi brevissimi un‘esplosione delle latifoglie, seguite secondariamente dall’abete bianco. Anche la betulla in questa fase si dimostra alquanto attiva. Si costituiscono sulle pendici dell’Appennino due orizzonti vegetazionali forestali: uno collinare-submontano a latifoglie che si spinge a quote elevate, ben superiori a quelle odierne, fino a raggiungere la conca di Lagdei, ed un altro montano,  stretto e successivamente discontinuo, a relitti di pini montani. Fra questi due orizzonti tenta di penetrare l’abete bianco, non riuscendo tuttavia a costituire una fascia continua. Questi eventi vegetazionali e climatici sono documentati cronologicamente, grazie a due datazioni 14C, della torba campionata a -8,50-8,60 m e -8,00-8,10 m di profondità, che forniscono rispettivamente un’età di 9.900±80 anni e 9.620±70 anni B.P. Queste datazioni consentono di determinare con certezza il limite Pleistocene/Olocene in connessione con l’avvio delle curve degli elementi forestali esigenti e con il brusco declino dei pini.

 

z.p. E : fase a dominanza delle latifoglie termofile e abete bianco.

Verso i 9.500 anni fa l’abete bianco riesce definitivamente ad occupare tutto l’orizzonte montano dell’Appennino emiliano, insinuandosi fra i due orizzonti costituitisi precedentemente, spingendo in basso le latifoglie della fascia medioeuropea e in alto i relitti del pineto. Si costituiscono così tre fasce di vegetazione altitudinale: querceto misto ad altre latifoglie nell’orizzonte basale, una larga fascia di abete bianco in formazione pura e compatta nell’orizzonte montano, seguito localmente da relitti di formazioni a pini. La vegetazione erbacea ormai, come pure nella zona pollinica precedente, occupa solo i crinali. 

 

z.p. F-G-H: fase a predominanza di abete bianco con querceto misto.

L’abete bianco raggiunge i suoi massimi valori nel profilo, fino al 60-70% della somma pollinica totale. La fascia del querceto misto è sempre ben sviluppata, ma è compressa superiormente verso il piano basale. La dominanza prima, seguita dalla predominanza poi, dell’abete bianco sull’Appenino emiliano ha una lunga durata: da 9.500 anni fa fino quasi alla sommità del profilo, cioè fino verso i 3.500 anni dal presente. Tuttavia, si segnala che datazioni di tronchi di Abies rinvenuti nella frana di M. Cervellino (Val Baganza), testimoniano la sua presenza 1940 anni fa. Cioè l’abete bianco ha dominato incontrastato nel piano montano dell’Appennino per circa 6.000 anni. La supremazia dell’Abete bianco rispecchia una fluttuazione climatica ottimale del Postglaciale, contraddistinto da elevate temperature e piovosità.

 

 z.p. I-M : diffusione del faggio.

Il faggio, che attualmente occupa tutto il piano montano, praticamente non è evidenziato nel nuovo sondaggio di Lagdei, se non nei suoi spettri finali: i suoi valori discontinui e ridotti provano la sua provenienza alloctona. La sua infiltrazione nel piano montano dell’Appennino settentrionale data verso i 4.000 anni fa. Dapprima s’insinua timidamente nell’orizzonte dell’Abete, poi viene in lotta con esso, divenendo man mano più competitivo, finchè verso i 3.500 anni riesce a soppiantarlo, favorito certamente da oscillazioni climatiche favorevoli, ma, complice anche l’uomo, da 3000 e più anni domina incontrastato nella fascia montana oltre gli 800-900 m di quota fino a  ridosso delle vette del crinale. Al passaggio delle due zone si registra una fluttuazione fresca (passaggio Atlantico-Subboreale -2.500 anni fa).

La zona M, che vede l’innalzamento della curva della Castanea e la continuità di Juglans e  Ostrya, si pone all’inizio del Subatlantico che qui a Lagdei é registrato solo nella parte iniziale, che coincide, vegetazionalmente, con la diffusione e poi dominio della Faggeta. Condizioni climatiche portano sedimenti grossolani nella conca tanto da interrompere repentinamente la storia delle vicende vegetazionali più recenti dell’Olocene.